giustizia: gli Opg sono “buchi neri”, situazione è preoccupante
Redattore Sociale – Dire, 24 ottobre 2008
Strutture desuete, sovraffollamento, incertezza della durata della pena e soprattutto misure di coercizione che prevedono la pratica di legare le persone ai letti. Dell’Aquila: “La coercizione è una pratica normale negli Opg”.
Sovraffollamento, misure di coercizione che prevedono la pratica di legare le persone ai letti, strutture che ricordano i vecchi manicomi e incertezza della durata della pena. È preoccupante la situazione dei sei Ospedali psichiatrici giudiziari italiani, secondo l’associazione Antigone che oggi ha lanciato l’allarme richiamando l’attenzione su una questione troppo spesso dimenticata. Anche qui, come nelle carceri, è presente il problema del sovraffollamento. Al 30 giugno 2008, infatti, negli Opg vi erano 1.365 persone su 1.003 posti regolamentari complessivi. In particolare a Reggio Emilia le presenze erano 289 per 132 posti regolamentari, a Castiglione delle Stiviere 245 per 193, a Montelupo Fiorentino 190 per 100, a Barcellona Pozzo di Gotto 263 per 216, a Napoli Sant’Eframo 116 per 103 e ad Aversa 262 per 259.
Inoltre in tutti gli Ospedali psichiatrici giudiziari italiani – denuncia Antigone – sono presenti una o più sale di coercizione, con letti dotati di cinghie di cuoio e in alcuni casi un buco al centro per i bisogni fisici. “La coercizione è una pratica normale negli Opg italiani – spiega Dario Stefano Dell’Aquila -. E la coercizione è la pratica di legare al letto una persona che possa essere pericolosa per sé e per gli altri. Abbiamo casi di internati che sono stati allettati anche per 11 giorni di seguito – prosegue – cosa che è stata al centro di un’interrogazione parlamentare del 2007″. Si tratta di una pratica prevista a certe condizioni – precisa Dell’Aquila – “che sicuramente non dovrebbe essere usata a fini disciplinari. Il problema inoltre è che non esistono protocolli di intesa, non esiste monitoraggio è c’è troppa discrezionalità”. Infine, denuncia Antigone, è una misura tutt’altro che rara visto che almeno un internato su sei ne ha fatto esperienza e che – come spiega Dell’Aquila “nel solo 2004 è stata usata in 531 casi”.
Esiste poi il problema delle strutture, che ricordano troppo i manicomi vecchio stile e spesso non sono adeguate ai moderni standard penitenziari. “Montelupo Fiorentino, Aversa Barcellona Pozzo di Gotto sono tutte strutture manicomiali che hanno un secolo di vita – spiega l’attivista di Antigone. – La struttura di Barcellona Pozzo di Gotto risale al 1925, l’Opg di Montelupo Fiorentino è situato in una villa dell’Ottocento e quello di Aversa addirittura in una struttura del Seicento. Quindi per quante ristrutturazioni si facciano non si riuscirà mai ad adeguare questi luoghi agli standard previsti”.
Vi è, infine, la questione dell’incertezza della durata della pena, proprio perché si tratta di una misura di sicurezza piuttosto che di una vera e propria pena. “La pena ha una fine certa, mentre la misura di sicurezza può essere prorogata dal magistrato di sorveglianza”, spiega Dell’Aquila. E allora accade che le misure di sicurezza vengano prorogate per un tempo non proporzionato rispetto al reato commesso soprattutto a causa della difficoltà di trovare strutture dove inviare chi esce dall’Opg. “Circa il 50% degli internati ha avuto una proroga della misura di sicurezza – prosegue – Conosco un ragazzo che è stato internato sette anni per tentato furto di un pacchetto di sigarette e che solo alla fine è stato preso in carico da una struttura residenziale di Genova. Insomma – conclude – il fatto che la permanenza in carcere non abbia un tempo definito rompe ovviamente il principio di proporzionalità tra reato e sanzione comminata”.

